Come può funzionare una città da 30mila persone fatta di tende?

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Mario, responsabile degli IST italiani (International Service Team), ci parla di coloro che faranno funzionare, nella pratica, l’immenso campo Jam, gli IST.

Domani mattina si parte presto, prima dell’alba, quando il bosco comincia a fare rumore e la vita si riattiva, lentamente. In realtà a riprendersi lentamente sono solo gli uomini, che gli animali magari sono stati in giro tutta notta e chissà cos’hanno fatto e forse non lo sapremo mai, perché non siamo animali notturni ( a parte qualcuno…).

Si torna a casa, fra 2000 km di autobus, treno, aereo, macchina, che quando si arriva si è stanchi e la voglia di tornare a lavorare è pari allo zero, con la “saudade” del campo che sempre ci piglia e non ci molla per un bel po’, come un cane annoiato che però non perde il vizio di morsicare e di stringere la presa.
Dormiamo tutti insieme sotto il tendone della comunicazione e, prima di andare a letto, facciamo un brindisi con un improbabile bevanda finlandese dal gusto indecifrabile. So già che quel sapore dolciastro me lo porterò a dormire e forse mi farà sognare cose che poi sicuramente non ricorderò, perché sono troppo stanco.
A fianco a me, le due ragazze irlandesi, che chiaccherano senza sosta e ridono per cose che non capisco e non scoprirò mai (ma forse è meglio così…).
Blanca mi chiama e mi propone di scambiare il suo foulard con il mio: mi sorprendo a pensare che è la prima volta in dieci giorni che mi rivolge la parola (e per una spagnola ciò è estremamente strano, ve lo assicuro); anche se, a dire il vero, mi ha sorriso più volte, come se volesse iniziare a parlare, ma poi non lo ha fatto.
Martin suona la chitarra, in solitario (come al solito), mentre Niels cerca disperatamente qualche altra malcapitata con cui provarci, ma anche stasera verrà amabilmente schivato come un appestato, quasi avesse qualche virus innocuo e malinconico.
Gli altri dormono già.
Io mi fermo a guardare i loro volti, alcuni sono stanchi, alcuni distrutti, altri dormono pacifici e rilassati. Anche se è Luglio, fuori fa un freddo becco, e anche qua dentro non si scherza, con tutti gli spifferi che fanno entrare un vento gelido e umido (siamo vicini a un lago, uno degli innumerevoli laghi di questa terra piatta e selvaggia).
Cerco di imprimere i loro tratti nella memoria, ma so che probabilmente non ce ne è bisogno, perché di solito mi ricordo le facce, mentre sui nomi faccio molta più fatica.
Mi ricordo di quella volta che a Kandersteg: avevo passato mezz’ora a guardare le foto dei rover e senior di tutto il mondo, alla fine del loro turno trimestrale di servizio. Non ce ne era uno con un’ombra sul viso, uno che sembrasse annoiato, uno che avesse la faccia come per dire: “ma dove sono finito…”.
Siamo tutti parte dell’International Service Team e forse non ci rivedremo più, ma magari anche no, chi lo sa. Magari ospiterò Verna e Jakko per una settimana, e li porterò a vedere le Cinque Terre, che sugli stranieri fanno sempre un certo effetto. Magari incontrerò qualcuno al prossimo Jamboree o al Roverway, ci abbracceremo e parleremo piano camminando fra le tende, promettendoci di tenerci in contatto (magari diventeremo amici su Facebook).
Anche perché io adesso queste persone le conosco veramente (oddio sembra una fase importante, ma per me è così) e mi é bastato poco.
Poco tempo, pochi giorni, poca fatica.
La vita dell’IST è questa.
Sveglia alla mattina presto, turni di lavoro, ore di chiacchere, gesti per farsi capire, spazi da rispettare, sonno mancato, cibi strani, caldo, turni per le docce, brindisi, risate e incazzature varie, che poi dipendono sempre dal grado di sopportazione che ognuno ha rispetto agli imprevisti, alla stanchezza e ai modi di fare diversi dal nostro.
Per prima cosa bisogna imparare a capire gli occhi degli altri, perché tutto parte da lì, ancora prima delle parole, del nostro inglese strascicato, che non da mai l’impressione di essere algido e pulito come quello degli scandinavi, peraltro molto più comprensibile dell’inglese degli inglesi o degli americani.
Poi bisogna armarsi di santa pazienza.
Bisogna essere umili, perché noi italiani facciamo cosí e cosà e gli altri non sono scout veri e poi non hanno la spiritualità e non sanno cos’è il servizio e badabim e badabom e alla fine ce la suoniamo e ce la cantiamo sempre da soli, perché forse siamo un po’ provincialotti (per restare in tema: comunque in Italia si mangia meglio che nel resto del mondo!).
E poi ci sono i ragazzi, i partecipanti. E quindi bisogna ricordarsi che dobbiamo essere sempre d’esempio. Servire sorridendo, anche quando proprio non ne hai voglia e non ce la fai più, quando vorresti tirare una testata contro il muro (o contro il palo della tenda, più fattibile), piuttosto che ricominciare il turno del bar (a proposito, cosa centrano le bibite e le sponsorizzazioni in un campo scout???!!!).
Poi le cose si imparano a poco a poco e vengono naturali, bisogna sciogliere i muscoli, del corpo e del cuore.
Bisogna partire con la voglia di fare e di imparare, più che di insegnare.
Di conoscere con la mente aperta e senza dare giudizi a priori (che poi si chiamano pre-giudizi, che, state sicuri, ne abbiamo sempre un bel po’).
I ventidue giorni del viaggio passeranno, ma tutto il resto no.
Alle volte, per fare bene il proprio servizio, basta seguire la legge scout.
Mario